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La videosorveglianza è ormai una componente della vita quotidiana anche in Svizzera. Generalmente rassicura la popolazione. Ma in realtà la sua efficacia è limitata. Intanto però i cittadini accettano passivamente un'intrusione nella loro sfera privata, senza interrogarsi sulle conseguenze.

In Svizzera non ci sono rilevamenti statistici degli impianti di videosorveglianza. Vi sono però delle stime. Si valuta così che attualmente in tutta la Confederazione siano installate circa mezzo milione di telecamere di sicurezza.

Una cifra che la portavoce dell'Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza (IFPDT) Eliane Schmid giudica attendibile, tenendo conto non solo delle aree e degli stabili pubblici, ma anche di edifici e centri privati di accesso pubblico, come per esempio negozi e banche.

Nel giro di pochi anni c'è dunque stata un'espansione a macchia d'olio. Uno studio dell'università di Friburgo del 2004, infatti, aveva calcolato che ce n'erano circa 40mila. Una proliferazione di occhi elettronici che sembra destinata a proseguire praticamente incontrastata. Finora, in quei comuni in cui l'installazione di tali impianti è stata sottoposta al voto popolare, l'elettorato ha dato il nullaosta. Rare sono le voci fuori dal coro, sia fra la cittadinanza, sia fra i politici.

La banalizzazione in agguato

"C'è una banalizzazione della videosorveglianza da parte del singolo, che spesso si trincera dietro l'affermazione 'non ho nulla da nascondere, dunque non vedo cosa abbia da temere da un impianto di videosorveglianza'. Così si legittima qualsiasi tipo di raccolta di dati, anche a propria insaputa, inconsapevoli di cosa ne verrà fatto", lamenta l'Incaricato cantonale ticinese della protezione dei dati Michele Albertini.

"Solo una minoranza si rende conto del pericolo che vengano calpestati dei diritti fondamentali. Non bisogna accontentarsi che il sistema si autoregoli e accettare qualsiasi tipo di intrusione nella sfera privata. La videosorveglianza non è la peggiore intrusione. Ma tutte insieme ci portano poi a perdere il controllo dei dati che vengono raccolti su di noi, che teoricamente potrebbero essere combinati con altri. In un certo senso, con la scusa del controllo e della sicurezza, noi da una parte abbiamo la libertà di movimento, ma dall'altra cediamo la libertà di muoverci senza che ci sia un Grande Fratello che ci filmi", rileva Albertini.

Big Brother non è un agente di sicurezza

Le videocamere di sorveglianza, peraltro, spesso non raggiungono lo scopo per cui sono installate, ossia la prevenzione di reati come atti vandalici, furti o aggressioni. Ricercatori universitari, sia in Svizzera sia in altri paesi, hanno osservato che nei primi tempi in cui sono installate producono realmente un effetto dissuasivo. Più il tempo passa, però, più i comportamenti ritornano ad essere gli stessi di prima.

Semplicemente, gli autori di reati si spostano o adottano precauzioni. Per esempio, aggirano gli spazi sorvegliati con telecamere oppure agiscono mascherati per non essere riconosciuti, indica Eliane Schmid. "Le tecnologie si affinano, ma gli uomini non cambiano", commenta la portavoce dell'IFPDT.

Non solo in tanti casi "sono una sorta di placebo senza effetto", ma talvolta possono essere persino controproducenti. Le potenziali vittime, sentendosi rassicurate dalla presenza di telecamere, abbassano la guardia. Così vi sono persone che "non prendono più quelle misure di sicurezza primarie che adotterebbero normalmente", aggiunge Michele Albertini.

"Spesso, a torto, è considerata come una panacea" per prevenire tutti i mali. La videosorveglianza è invece "utile piuttosto a posteriori" in indagini su danneggiamenti o aggressioni, afferma il preposto ticinese alla protezione dei dati. "Ma una telecamera non sostituirà mai il personale di sicurezza, che può intervenire in tempo reale".

Basi legali non uniformi

Lo specialista di protezione dei dati puntualizza che ciò "non significa che si debba escludere a priori la videosorveglianza, ma bisogna porvi limiti chiari e regole precise". In ogni caso, per la videosorveglianza in cui le persone filmate sono identificabili occorre sempre una base legale: "questa è la condizione primordiale", sottolinea il dottore in diritto.

Per autorizzare la videosorveglianza, come per "qualsiasi restrizione dei diritti fondamentali, occorre poi che vi sia un interesse preponderante e che sia rispettato il principio della proporzionalità", aggiunge Albertini. Perciò occorrerebbe sempre verificare che lo scopo sia raggiunto.

Dal profilo delle competenze e della base legale, la situazione è complicata dal federalismo. Se l'impianto di videosorveglianza è previsto da privati o da organi pubblici della Confederazione, è assoggettato al diritto federale e quindi alla Legge federale sulla protezione dei dati. Se invece è impiegato da organi pubblici cantonali o comunali la base legale deve essere nella legislazione cantonale o nel regolamento comunale ed è applicabile la normativa cantonale sulla protezione dei dati.

Da più parti è stata reclamata una normativa federale che fissi regole uguali in tutto il territorio svizzero. Il problema è stato esaminato da un gruppo di lavoro ad hoc, "ma si è riconosciuto che non ci sono le basi costituzionali per imporre a livello federale una legge che sia determinante anche per i cantoni e i comuni", spiega Michele Albertini.

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